Still Alice, Julianne Moore combatte l’Alzheimer

Arriva al cinema il film diretto dalla coppia Wash Westmoreland e Richard Glatzer. La recensione su Cinema Méliès.


Il trailer del film

«È come se stessi perdendo qualcosa dentro di me». Julianne Moore combatte con le unghie e con i denti in Still Alice come se, oltre alla memoria, dovesse salvare qualcos’altro. Forse un ricordo: il ricordo di un’interpretazione volta a lasciare il segno, a scavare un solco indelebile nell’animo dello spettatore. Diretto dalla coppia (nella professione come nella vita) Wash Westmoreland e Richard Glatzer che è nota soprattutto per il lavoro nel cinema indipendente, in quello del documentario e nella pornografia (The Fluffer), in questa pellicola l’inseparabile duo sceglie di affrontare un tema nuovo: la malattia. O meglio, UNA malattia, il morbo di Alzheimer.
Non è forse una novità nel panorama cinematografico internazionale (ci sono innumerevoli film con almeno un anziano affetto da questa malattia che fa tanto flashback) ma lo è la scelta di mostrare gli effetti di una malattia così devastante su una donna relativamente giovane e totalmente impreparata. D’altronde, è una scelta obbligata se il soggetto preso in considerazione è tratto da un romanzo dal clamoroso successo selfpubblic-izzato (il libro in questione è Perdersi della neuropsichiatra Lisa Genovese).

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Alice Howland (Julianne Moore che più mostra non si può) è una rispettata linguista ma la sua memoria comincia a dare segni di deterioramento. Alice si accorge di non ricordare nomi, luoghi, date, strade, persino parole. Dopo esami approfonditi, la donna scopre di avere una rara forma di Alzheimer precoce e familiare, trasmessa anche alla figlia maggiore che si chiuderà nei confronti della madre.
Da quel momento la vita di Alice sarà fatta di piccole lotte per cercare di tenere nella sua testa, il più a lungo possibile, le conoscenze e i ricordi che sembrano sbrindellarsi poco a poco, insieme alla sua stessa identità. «Come ci si sente, intendo veramente?/Non so qual è la prossima cosa che perderò».

Westmoreland e Glatzer si adoperano per far sì che il loro film non prenda mai la strada più breve e furbacchiona, quella che appare facilmente percorribile quando si trattano argomenti come questo. Ovverossia, la strada dell’esibizione del dolore. Still Alice si preoccupa di indagare più lo stato d’animo che la sofferenza, più le conseguenze che la disperazione, più i legami familiari che le persone. «Mamma, non puoi usare la tua malattia per farmi fare ciò che vuoi, non è leale!/Sono tua madre, non devo essere leale».
Forte di un’interpretazione centrale che ingoia tutto il resto, la pellicola scorre sui binari del tempo, un tempo che passa nell’attesa di vedere i cambiamenti riflessi nel volto e negli occhi di Alice. E nulla più.

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«Con il tempo diventiamo ridicoli, incapaci, comici. Ma vorrei farvi capire che io non sto soffrendo. Sto lottando». Perché, anche se s’impara l’arte di perdere, nulla è mai veramente perso. Soprattutto l’amore, quell’amore che le persone come Alice riescono ad avvertire anche quando la loro malattia sembra averle annientate. E forse è questo il messaggio più forte che i due registi vogliono lanciare sabotando la “via d’uscita” di Alice e obbligando, la figlia minore (una sempre apaticamente uguale a se stessa, Kristen Stewart) a tornare a casa. Per capire che sono la solitudine e l’isolamento, le due malattie che vanno davvero combattute, davvero sconfitte.
«Di cosa parlava?/…Amore./Sì, mamma, parlava di amore».

STILL ALICE
Regia di Richard Glatzer, Wash Westmoreland
Con Julianne Moore, Kristen Stewart, Alec Baldwin, Kate Bosworth, Hunter Parrish
Drammatico, 99 min
USA, 2014
Uscita giovedì 22 gennaio 2015
Voto Cinema Méliès: 3/5

mipiace da vedere se: volete godere della straordinaria interpretazione di Julianne Moore
nonmipiace da non vedere se: mal sopportate i film sulle malattie

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