Hunger Games, la rivolta dei distretti inizia con un canto

La recensione della prima parte del terzo capitolo della saga tratta dai romanzi di Suzanne Collins.

«Questa rivoluzione riguarda tutti noi. Ci serve una voce». A Panem l’edizione celebrativa degli hunger games è stata interrotta. A Panem i distretti hanno capito che è finalmente giunto il loro momento. Capitol City non ha più il diritto di dominare incontrastata e di sentirsi al sicuro. La rivolta sta per iniziare e occorre un simbolo in grado di raggruppare i ribelli e di dar forza alla loro lotta.
Incipit retorico, questo, per raccontare Hunger Games – Il canto della rivolta(ma solo la prima parte: le cose si fanno meglio e pagano di più), un film che retorico non è neanche per sbaglio. Il terzo e ultimo capitolo della saga partorita dall’immaginazione di Suzanne Collins è, infatti, quello più attuale e provocatorio. Quello che tenta di spiegare un mondo fatto di rivoluzioni (e, in parte, di “democrazia esportata”) agli adolescenti attraverso la distopia. EHollywood che, spesso, è portatrice sana di una propaganda made in USA, non può che piegarsi ai voleri di una storia che ha scritto qualcun altro, qualcuno che ha tutta l’intenzione di smascherare i meccanismi comunicativi impiegati (e abusati) dai mass media (anche dal cinema) per alimentare il consenso/favore dell’opinione pubblica.

Perché è questa la vera forza e il nodo portante di Hunger Games, la sottotraccia spesso ignorata a favore di quelle, più evidenti, della guerra e del reality show. Spiattellare i trucchetti dell’apparenza cinematografica/televisiva finalizzata a uno scopo politico e sociale: eccolo il filo conduttore della trilogia, non ancora pienamente compreso e sviscerato. «Un costume, un po’ di fumo, qualche sparo dietro ed ecco la sua ghiandaia imitatrice». Nasce così il simbolo di una rivoluzione. A tavolino, un tavolino al quale siedono uno spin doctor (il Plutarch di Philip Seymour Hoffman), la leader dell’opposizione (la Presidente Coin di Julianne Moore, che indossa lenti a contatto che il cast di Twilight le sta invidiando), un’esperta di moda e immagine (l’Effie Trinket della bravissimaElizabeth Banks, che ha perso i suoi costumi ma non il suo stile), l’allenatore del futuro simbolo succitato (l’Haymitch di Woody Harrelson) e uno stratega militare (il Boggs di Mahershala Ali). Sembrano tutti caricature ben riuscite di stereotipi che l’umanità ha – forse – imparato a conoscere.
A quel tavolino Katniss Everdeen (una Jennifer Lawrence che riconferma il suo talento), eroina adolescente suo malgrado, appare spaesata e fuori luogo, concentrata su se stessa e sulle persone che ama. A lei della rivoluzione, delle responsabilità, di cosa è giusto e cosa è sbagliato non frega un tubo.

«Le rivoluzioni hanno fiamme flebili e vanno alimentate». Dare al popolo un volto da seguire, un corpo e soprattutto dei gesti da emulare, da diffondere è la strategia vincente di una rivolta efficace. «Unisciti alla ghiandaia imitatrice. Unisciti alla rivolta». Cominciano ad apparire la treccia, il pugno alzato, il saluto con le tre dita, persino una canzone che diventa l’inno da usare durante le azioni di lotta. «Are you, are you coming to the tree, where I told you to run so we’d both be free». La presa di coscienza (perché ci sarà) della protagonista sarà lenta e implacabile. «E se ti uccidono?/Fate che sia accesa la telecamera».
Francis Lawrence dirige con i ritmi giusti un film che non è propriamente d’azione ma di spiegazione, un film che rappresenta una premessa fondamentale per comprendere appieno il gesto finale di Katniss (che si vedrà nell’ultimo capitolo; chi ha letto la saga ha già capito). Di tempo ne ha molto, a disposizione, e decide di sfruttarlo per non tradire mai la trama della Collins. Una trama che sottolinea l’importanza delle persone e delle loro scelte, al di là delle macchinazioni dei sistemi di potere. Sono le persone che contano, i loro diritti, le loro speranze.
Inoltre, il regista riesce anche a enfatizzare quegli aspetti politici che sulla carta (penalizzata dall’esclusivo punto di vista di Katniss), la protagonista tarda ad afferrare. «Tutto ciò che era vecchio, in effetti, può tornare di moda…come la democrazia». Effie Trinket docet.

Con un cast che pesca a piene mani nelle serie televisive più riuscite e accompagnata da una colonna sonora efficace, questa penultima parte di una saga che sta per chiudere i battenti, piacerà ai fan… uh, che brutta parola. Piacerà ai lettori (meglio!). Tra gli altri: qualcuno si annoierà, qualcuno dormirà, qualcun altro farà le opportune riflessioni e guarderà oltre, senza fermarsi all’aspetto, all’apparenza del prodotto cinematografico, un prodotto che si sforza di essere qualcosa in più.
Qualcosa che vuole insegnare ai giovani che possono essere padroni del loro futuro. Che possono prendere decisioni giuste (ma anche sbagliate). Che possono rappresentare un tassello importante nella (ri)costruzione di una società. Stando ben attenti ad aver presente chi è che vorrebbe tirare i fili del gioco. Stando ben attenti a chi vorrebbe manipolarli.
Perché una rivoluzione che nasce per abbattere un regime dittatoriale è cosa buona e giusta ma non deve servire a favorire altri scopi politici, celati dal manto della (fittizia) democrazia.
«Noi faremo di te la ribelle miglior vestita della storia».
Esistono giochi molto peggiori ai quali giocare e non sono gli hunger games.

HUNGER GAMES: IL CANTO DELLA RIVOLTA – PARTE I
Regia di Francis Lawrence
Con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Toby Jones, Willow Shields, Sam Claflin, Jena Malone, Natalie Dormer
Titolo originale: The Hunger Games: Mockingjay – Part 1
Avventura, 123 min.
USA, 2014
Uscita giovedì 20 novembre 2014
Voto: 4/5

da vedere se: avete seguito con interesse l’evolversi della saga
da non vedere se: non avete idea di cosa siano gli Hunger Games


Il trailer di Hunger Games – Il canto della rivolta: Parte 1

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