MAGIC MIKE, STREEPPIAMOCI MA SENZA ESAGERARE

Magic Mike, streep(pato) ma non troppo. Il film di Steven Soderbergh durante la prima settimana di uscita, in Italia, ha fatto furore. Visto il successo planetario, Channing Tatum, attore principale del film, ha annunciato che ha tutta l’intenzione di preparare un sequel. Ed è disposto a mettersi dietro la macchina da presa se Soderbergh non se la sentirà. Intanto, noi l’abbiamo visto. E ve lo consigliamo (ma senza troppa foga).

Dallas, Ken, Tarzan, Tito, “Birillone” Richie e il Mike del titolo, Magic, of course: che entrino gli Xquisite. Una galleria di personaggi Mattel al servizio di Barbie arrapate, versione “bad girls” ubriacone e urlanti. E dopo il mancato ancheggiamento sadomaso (“che ha energia negativa”) di Tarzan sulla liana, si aggiunge alla comitiva anche Kid, lui davvero un bravo ragazzo. O così sembra.

Soderbergh dirige Tatum & Co. senza tanta maestria, con alcune inquadrature e scene banali e/o scontate di troppo. Spicca tra tutti Matthew McConaughey alias Dallas, mentore di tutti e di nessuno, in un ruolo che gli calza a pennello, come i toppini sgargianti e strappati che porta, “anziano” spogliarellista che strimpella e canta prima di darsi in pasto a banconote affamate di testosterone e muscoli sudati.

C’è un po’ di tutto in questa pellicola, magari appena accennato, per non impelagarsi e pasticciare con i grandi temi dell’attuale mondo. La crisi, con il mutuo rifiutato (Magic Mike starà pure in mutande per il 90% della sua giornata ma i giornali li legge e lo sa che gli unici in difficoltà siete voi, bancari del mio zerbino). La guerra, con la dissacrazione dell’esercito americano sulle note di marcette e mitragliatrici (non esattamente letali). Il lavoro in nero. Il lavoro precario. I soldi facili che si fanno alla maniera di Ruby. Le droghe. E la difficoltà di essere quello che si è e non quello che si fa, quando quello che si fa non ci piace. C’è pure Marilyn Monroe che canta “Happy Birthday” (perché, non è un tema universale?!?). Manca invece il riscatto sociale, il raggiungimento dell’American dream: per fortuna, perché questo salva il film. Come lo salvano le lamette rosa, le creme depilatorie, le soluzioni oleose e i massaggi, i costumi di scena, i tanti tanga e i tanga-elefante (“scusa, qui manca un pezzo?”). Poi naturalmente ci sono i balletti (ma non troppi), le mossette ambigue (ma non troppe), e le chiappe al vento (persino un pene pompato). Anche se di quest’ultime ce ne aspettavamo di più. Meglio così.

Pettyfer/Adam/Kid in delirio di onnipotenza (e di droghe, ah e di chewing-gum) convince più di Tatum/Magic Mike in stile 50 cent, che molla per una sbiadita Cody Horn/Brooke (davvero, il negozio di mobili sarebbe stato meglio!), sorella del Kid. Poco spazio per il buonismo, dove l’ultimo arrivato si mangia il mito. “L’ultima cosa che mi serve è un adolescente che mi fotte il futuro” urla Dallas, da perfetto entrepreneur che non vuole apprendisti (perché, c’è qualcuno che li vuole al giorno d’oggi?): ma l’adolescente si trasforma proprio in quello che gli serve e soppianta il vecchio, in maniera non tanto carina. A dimostrazione del fatto che i giovani sono l’investimento giusto. Ma qui la massima assume una nota decisamente negativa.

Perciò, no alle danze dei verginelli e sì agli specchi da usare come donne. In fin dei conti, siamo tutti un po’ esibizionisti. Però vi prego, non fate sequel. Altrimenti si rischia di scivolare nel nonsenepuoppiù step up(poso). E sarebbe un peccato.

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