Interstellar, il sogno nello spazio di Nolan è un grande buco nero

Arriva al cinema il nuovo film di Christopher Nolan con Matthew McCounaghey e Anne Hathaway. La recensione

di Giorgia Pietropaoli


Il trailer del film

«Tutto quello che può accadere accadrà». È la legge di Murphy, universalmente conosciuta con il suo primo principio: “se qualcosa può andar male, andrà male”. Chistopher Nolan la usa quasi per scaramanzia, come un talismano, per allontanare possibili sfortune dal suo materiale epico-scientifico tradotto in Interstellar, kolossal scritto con il fratello Jonathan Nolan e atteso/sospirato da mesi (me compresa). Se le aspettative sono così alte, quasi frenetiche, il rischio che il tuo talismano si trasformi in un mantra pericoloso dagli effetti incontrollati è quasi una certezza. Perché, in effetti, accade tutto quello che può accadere in Interstellar. Accade anche troppo. Matematica, fisica quantistica, codici binari, cinque dimensioni, astronomia, salti spazio-temporali, wormhole, rapporti umani e sentimenti: accade tutto questo in circa centosettanta minuti di pellicola imponente, carica, visivamente impeccabile. Una pellicola che si divide in due parti ben distinte: tutto quello che c’è prima del viaggio e il viaggio stesso, la scoperta. «Ho dei figli, professore./ Va lassù e salvali».
E se la prima parte procede lenta, inesorabile e funge da premessa, la seconda recupera la suspense, l’adrenalina e procede dritta, spedita in un buco nero per riemergerne intatta e spaventosamente beneaugurante.

Interstellar

Qualcosa, nella costosa macchina di Interstellar si inceppa fin da subito e danneggia irreparabilmente ogni cosa. «Non siamo destinati a salvare il mondo, ma a abbandonarlo». Appoggiando l’impianto narrativo su una sceneggiatura fragile, ma dall’aria complessa e sofisticata, Nolan sembra voglia strafare, affannandosi nella ricerca di equazioni e cervelloni che mascherano un nucleo semplice, che sta alla base di tutto il film: il legame tra un padre e una figlia. La sottotraccia del “mondo da salvare” serve, dunque, a Nolan come pretesto per abbellire, con orpelli spaziali e galattici, una storia semplice. Gli serve per indugiare sulla sua bravura registica, per autocompiacersi e sbrodolarsi delle sue stesse citazioni, per masturbare un po’ la sua immaginazione stando ben attento a non stuprarla mai. Perché tutto è già stato visto, altrove e meglio (ma anche peggio).
«Non ho paura della morte. Ho paura del tempo». La grande capacità di Nolan è quella di saperti prendere allo stomaco, di mostrarti il lato oscuro e l’onirismo fertile dell’umanità. La sua liricità sta nelle parole, in quella mente innovativa che ha creato mondi e sogni che potrebbero abitare la realtà, anche solo sfiorandola. Per questo è sempre stato molto credibile, anche nell’assurdità.

«Siamo finiti nel campo di attrazione di Gargantua». In Interstellar invece l’incredibilità diventa improbabile, poco plausibile. I meccanismi artificiosi e concettosi finiscono per prendere il sopravvento, inciampano maldestramente su loro stessi e mandano in malora ogni risvolto drammatico, privando i sentimenti delle emozioni. Non si fa fatica a comprenderli, a sciorinarli o a destreggiarsi tra un numero e l’altro; si fa fatica, però, a individuare il motivo di una tale operazione che priva Nolan di tutto ciò che l’aveva caratterizzato finora. Gli porta via tutto, tranne la capacità registica di far attraccare al porto, senza troppi scossoni, un così massiccio scheletro cinematografico dalla mancata compattezza narrativa.
Anche la colonna sonora dell’infallibile Hans Zimmer precipita ulteriormente la pellicola nell’orbita di quer pasticciaccio brutto de via gargantuana: appropriati sono solo i silenzi, oasi di pace acustiche tra una tortura musicale e l’altra. Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine (che non manca mai), Wes Bentley, Casey Affleck e Matt Damon (pubblicisticamente ignorato ma il suo è il ruolo più riuscito) fanno quello che devono fare, quello che ci si aspetta da loro. Una performance ligia che non ha il supporto di una sceneggiatura d’impatto e perciò incapace di suscitare forti passioni.

Interstellar2

Fare il “verso” ai Guardiani della Galassia («Ci siamo dimenticati cosa siamo: esploratori, pionieri, non guardiani») e dirottare l’umorismo unicamente sulle macchine, rappresentano espedienti insufficienti a qualsiasi visione nolaniana. Interstellar non lascia spazio a dubbi, a prestigi, a grandi rompicapi. Il misticismo sull’essere umano si deforma in misticanza universale e onnipotente. E questo non è da Nolan, quel Nolan di Memento, di Insomnia, di The Prestige, di Inception e, in parte, della trilogia sull’uomo pipistrello. L’autorialità di questo regista, che osa sempre (e per questo si fa comunque apprezzare), non si mette in discussione ma… non tutte le ciambelle riescono col buco. Bisogna prenderne atto. A volte il buco (nero) è così grande e ingordo che ingoia pure la ciambella.
«Non andartene docile in quella buonanotte. Infuriati, infuriati contro il morire della luce». Infuriati, Christopher e riappropriati di te stesso, magari sfruttando la terza legge di Newton. «Dobbiamo lasciarci qualcosa alle spalle».
E potrebbe essere questo film.

INTERSTELLAR
Regia di Christopher Nolan
Con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, Casey Affleck, Wes Bentley, Mackenzie Foy e Matt Damon
Fantascienza, 169 min.
USA, 2014
Uscita giovedì 06 novembre 2014
Voto: 2,5/5

mipiace da vedere se: vi piacciono gli effetti speciali e le visioni nolaniane
nonmipiace da non vedere se: amate i “classici” di Nolan e il ritorno de Il cavaliere oscuro vi aveva lasciato qualche perplessità

interstellar_locandina

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1 Commento su Interstellar, il sogno nello spazio di Nolan è un grande buco nero

  1. Andrea Evangelisti // 14 novembre 2014 alle 18:01 // Rispondi

    In linea con il mio pensiero… Bella recensione!

    Ciao!

    Mi piace

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